“Lo zucchero di Saturno” di Nicola Arnoldo Manfredi

Lascia stupiti il risultato

che scaturisce da progetti complessi e semanticamente articolati: immagini a stampa, multipli, in verità tirature a numero di copie estremamente limitate, che condensano storie in forme e cromie ottenute con i più svariati materiali e metodi. Elena Viappiani utilizza la tecnica collografica con inventiva molteplice e libera da dogmi tecnici. Le sue narrazioni grafiche possono essere condivise, evocate dai titoli suggestivi, oppure interpretate a piacere, secondo le impressioni ricevute: artista-visivo, poeta, musicista- è chi sa narrare accendendo la fantasia sopita degli osservatori.”
 

 ”La bellezza salverà il mondo” di Davoli Fabrizio

“La bellezza salverà il mondo”

dice il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij. Ripetuta nei più diversi contesti, dimenticando troppo spesso il proprio, questa frase, composta di poche e scontate parole, rievoca la necessaria condizione umana del ricercare.

Il bello, il cui significato letterario in lingua russa è riferibile all’idea di conoscenza e al concetto stesso di sapere, assume una dimensione assolutamente ideale. Solitamente evito le citazioni, soprattutto quando sono funzionali al rinforzo del pensiero, ma in questo caso, mi è sembrato impossibile prescindere questa espressione. Credo che nella sua estrema sinteticità, ci sia riassunto ciò che muove un soggetto, nella fattispecie un’impresa, a misurarsi con il sapere.

L’opera di una giovane artista, come Elena Viappiani, rappresenta un’importante occasione di confronto e di riflessione. Il merito, e più in generale la circostanza, è che nella nostra società, questo “ideale” è ancora lontano dall’essersi cristallizzato. E allora, nella speranza di non fallire, come inesorabilmente accade al principe protagonista del romanzo, ci auguriamo di essere riusciti a fare in modo che, almeno in quest’occasione, il vostro sguardo potesse posarsi su qualcosa di bello.

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 Storie di legami di Ines Bertolini

 Sciogli da me la colpa, come corda Rgveda I

Nella mitologia indoeuropea il dio Varuna ha la prerogativa di una grande arma: la magia. Il potere magico del sovrano si presenta in forma di laccio, di nodo, di legame materiale e figurato. A dimostrazione di questo, il nome Varuna in sanscrito significa “corda”, in lettone “infilare, ricamare” e in russo “ fila ininterrotta”.

Il terribile sovrano è il dio dei vincoli e avvolge, cioè imprigiona, i cattivi nei suoi lacci per ribadire la forza della propria sovranità. Egli è padre e nel contempo giudice delle azioni umane e ha il potere di legare o slegare a distanza gli uomini, quest’arma gli consente di amministrare, tessere i fili, “equilibrare” il mondo e custodire l’ordine universale.

L’aspetto cosmico e al tempo stesso uranico permettono a Varuna di essere onnipotente, infallibile e conoscere tutto in quanto testimone vigile delle azioni degli uomini e signore del loro destino.

Le opere di Elena Viappiani sono fatte di unioni strette, legami, apparati di controllo, parole che non giocano più, fili di stagno che ingabbiano, protezioni che possono diventare strangolanti, ripari ambivalenti, margini, celle.

Elena si spinge ad esplorare le “strutture dei vincoli” e crea attraverso le immagini un cortocircuito: guarda chi la guarda.

Nelle incisioni le forme geometriche sono intensi tracciati scuri attraversati dai lacci imprigionatori di Varuna. Non sempre è facile distinguere cosa appartiene all’umano e cosa al cosmo, all’artista o a noi, al passato o al futuro. Va da sé che tra la sfera mitico-cosmica e quella intimo-privata delle opere si intuisce una lotta per sfuggire ad un controllo che si ritorce contro i suoi stessi espedienti, i fili allentati cominciano ad essere meno stretti, a far passare aria, a sciogliere le colpe.

Ecco allora che l’arma a disposizione di Elena, per sostenere questa battaglia contro i guardiani invisibili nascosti nella torre panottica, è deflagrare le regole personali e sociali della sorveglianza di chi sempre vede, per avventurarsi, con paura calcolata, nei territori dell’immaginario, dove depistare gli sguardi attraverso la creazione di continue e inaspettate rappresentazioni di mondi possibili.

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“I giochi di Elena Viappiani” di Nicola Arnaldo Manfredi

L’arte dell’incisione è viva.

Numerosi artisti la praticano, in modo esclusivo o a fianco delle più rinomate pittura e scultura, tanti la apprezzano, molti la ignorano – ma anche questo è segno di esistenza.
Ciò che mi ha spesso colpito è l’idea erronea di perpetuazione immobile di linguaggi antichi che quasi sempre se ne ha presso la maggioranza del pubblico.
Mi accorgo che spesso devo far notare che oltre a Durer o a Rembrandt ci sono stati Lautrec, Picasso, Chagall e qui mi fermo, giusto per condensare al massimo Otto e Novecento in tre nomi di peintre-graveur.
Già i puristi mi obbietteranno che Toulouse praticava la litografia. Ma la litografia nella sua accezione originaria è arte nobile quanto l’incisione su legno e metallo, è la terza a pari merito delle tre muse grafiche. Ogni sua degradazione è frutto successivo di operatori poco seri.
Anche nelle scuole statali, così spesso accusate di infinite bestialità, xilografia, calcografia, litografia sono accorpate in un unico insegnamento…

(Ma) l’arte dell’incisione è viva soprattutto perché ci sono incisori, quasi sempre giovani e forse perciò più curiosi, che la rinnovano non solo proponendo nuove iconografie ma inventandosi tecniche e metodologie di stampa. Multipli originali su carta, numerati e firmati, la cui genesi è frutto di un’inventiva che supera i canoni della tradizione e mette a dura prova le abilità dello stampatore, oltre a lasciarlo spesso sorpreso piacevolmente, di fronte all’ originalità e alla resa finale dell’opera stampata.

Elena Viappiani è uno di questi artisti.

A voler essere precisi le sue “incisioni” vanno definite collografie. Le matrici sono materiali, i più svariati – lamine metalliche con tracce a puntasecca, di plastica o linoleum, incise o lisce, cartoni o carte trattate, fili di metallo e strutture di fili saldati, calamite… – che verranno inchiostrate e passate a torchio.
Ma inchiostrate come e stampate come? Le soluzioni necessarie sono innumerevoli: rulli, pennelli, tamponi, feltri o gommapiuma, carte bagnate e no, inchiostri duri, molli, con essiccante o senza, coprenti e non coprenti, problemi di pieghe, di resa del rilievo…
Per affrontare la stampa di queste incisioni bisogna studiare in modo approfondito i vivacissimi bozzetti preparati dall’artista -prototipi che sono essi stessi opere curiose e pregevoli.
Le intuizioni possono arrivare all’improvviso o lentamente, ma alla fine tutto il procedimento si definisce: prima di posarsi sul torchio, una incisione della Viappiani può aver bisogno anche di numerosi giorni di riflessioni e prove.
E’ un’attività estremamente gradevole: l’artista ci mette alla prova, riusciremo a superarla? Ciò è quanto di meglio possa capitare in una stamperia.

L’ulteriore pregio delle opere della Viappiani è che la tecnica non prevarica la figurazione, il suo mondo figurativo vive indipendentemente dal metodo di realizzazione delle matrici, che oltretutto, a fine tiratura, lasciate inchiostrate, divengono altre opere autonome.

Se i fogli stampati ci suggeriscono un intuitivo parallelo con l’opera grafica di Baj, le matrici si accostano alle più delicate delle costruzioni di Melotti.

Queste strutture multicolori sono belle a vedersi, allegre, la ricerca degli accostamenti cromatici è efficace nel suggerire piacere della visione. Sembrano giochi, mappe per la tombola dell’oca, flipper, dòmini, panottici, l’ultimo – il gioco del go.

Poi subentra lo sconcerto perché le cellette, i percorsi obbligati, i messaggi verbali inseriti nelle opere – le lettere ritagliate e colorate riacquistano il loro significato lessicale – ci svelano il messaggio più inquietante di una realtà coloratissima ma costrittiva, che imprigiona, che può tenerci a forza dentro spazi chiusi, soffocarci.

Non mi piace addentrarmi in analisi psicologistiche o filosofiche delle immagini degli artisti con cui si lavora in stamperia, preferisco soffermarmi sugli aspetti tecnici da cui esse scaturiscono.
Ma nel caso dei singolari giochi di Elena Viappiani, credo che tecnica e messaggio concorrano a determinare opere stampate fortemente contemporanee e, per una volta diciamolo con semplicità, molto belle.

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